Il primo Open non si scorda mai

Massimo Mannelli, vincitore dell’edizione 1980 disputata sul percorso dell’Acquasanta di Roma, racconta la storia del suo successo. Ricordi, aneddoti e grandi emozioni: “Una gioia indescrivibile. Dopo tanti anni spero di rivedere un italiano sul gradino più alto del podio: sarebbe un bellissimo messaggio per il nostro golf”.

Ha giocato sul PGA European Tour dalla fine degli anni ‘70 agli anni ‘90. Nel 1980 ha vinto l’Italian Open disputato sul percorso dell’Acquasanta e fino alla vittoria di Francesco Molinari, nel 2006 al Golf Milano, era stato l’ultimo italiano a vincere questo torneo.

Massimo Mannelli, romano, classe 1956, nel 1974 era già Campione Italiano Assoluto e dal 1970 al 1979 è stato uno dei componenti della Nazionale Italiana di golf. Oggi Mannelli, dopo avere lavorato in diversi Circoli, è Responsabile della Sezione Professionisti della scuola Nazionale della Federazione Italiana Golf di Sutri.

Mannelli, da dove vogliamo iniziare?

“Dal 1980 perché vincere un Open d’Italia in casa tua è una gioia indescrivibile, una emozione che non scorderò mai. All’Acquasanta ho mosso i primi passi a dieci anni e nel 1980, appena diventato professionista, ho giocato il mio primo Open. Tutti mi dicevano: allenati, allenati perchè giocare in casa tua è una grande occasione. Ero militare, quindi non avevo grandi possibilità di allenarmi con una certa frequenza e in più per me quello era l’esordio tra i grandi”.

Ricordi indelebili per Mannelli che racconta il suo primo Open a ruota libera, accavallando ricordi, emozioni e aneddoti.

“A Roma mi ritrovo iscritto con un field pazzesco: Greg Norman, Langer gli spagnoli Garrido, Canizares e Pinheiro. C’erano praticamente tutti i migliori del golf europeo; avevo 24 anni, ma i miei avversari li conoscevo bene perché avevo fatto con loro tutta la trafila da dilettante e non a caso ci trovavamo quasi tutti alla prima gara da professionisti. L’emozione era alle stelle, il pubblico mi metteva pressione: dai Massimo, vinci per noi, mi dicevano in continuazione. Era il mio campo, lo conoscevo bene, è vero, ma conoscere il campo in quelle occasioni è solo un piccolo vantaggio. Era aprile e normalmente a Roma in quel periodo c’era molto vento, ma la cosa che mi preoccupava di più era il field. Nel primo giro faccio un buon 68 partendo dalla 10: avevo davanti a me Roberto Bolognesi e alla buca undici ci ritroviamo tutti insieme perché c’era stato un po’ di ritardo. La buca 11 è un par 3 e vedo che Roberto tirare un ferro dritto alla bandiera: per chi faceva hole in one c’era in palio una Fiat Panda che ai tempi sembrava chissà cosa per noi giocatori. La palla entra in buca e penso: vabbè il primo premio è andato, pazienza. Sulle prime nove buche giro in 32 colpi, poi alla buca quattro mi distraggo perché arriva un caro amico, Paolo Ferrari, con il quale avevo fatto la carriera dilettantistica. Il mio colpo finisce fuori limite, ma riesco a chiudere in cinque e penso sia un buon segnale perché salvare la buca e chiudere in 68 non è male”.

Massimo Mannelli, vincitore dell’Open d’Italia nel 1980 presso il Golf Club Acquasanta – Roma

Mannelli è contento del debutto; come si suol dire, in quelle 18 buche ha rotto il ghiaccio e così per rilassarsi decide di andare al cinema.

“Il secondo giorno la pressione sembrava diminuita, giocavo sereno e alla fine feci un grande giro in 66. Non posso dimenticare un secondo colpo alla buca dieci: un meraviglioso legno in bandiera che mi permette di ritrovarmi in testa da solo. Ricordo i giornali inglesi che parlarono di “uno sconosciuto italiano in testa all’Open d’Italia”. Mi dicevo: se regge la pressione, chissà… “

“Poi il terzo giro, quello che io consideravo decisivo, il più delicato. Mi chiedevo: resto in testa oppure subentra la paura e vado a fondo? Passo una notte tranquilla, la mattina vado in campo pratica, tutto bene. Gioco con Langer e riesco a fare un buon 70 e resto al comando. A fine gara mi diverto con i soci dell’Acquasanta; si chiacchiera, si ride, si scherza. Torno a casa e la notte è stata la notte più lunga della mia vita. Ore passate a guardare il soffitto e a pensare a quello che sarebbe potuto succedere il giorno dopo, buca dopo buca. Alla mattina si alza un vento fortissimo; sono leader e gioco tardi, ma in quelle ore che precedono la partenza ho la pressione di tutti i soci. Mi giravo e vedevo le facce di amici, anche di gente non golfista che era venuta a sostenermi. Vado sul tee di partenza e tiro un buon drive in sicurezza, ma la palla rimane sotto gli alberi di sinistra, un secondo colpo quasi impossibile da fare. Mi trovo un ferro sette in mano, una scelta dettata anche dal fatto che c’era un forte vento. Faccio un colpo magico, forse il colpo che mi dà la fiducia che serviva in quel momento. Ricordo che alla buca quattro giocai un secondo colpo da sinistra e la palla picchiò tra green e fuori limite finendo sulla rete per poi tornare dentro: un segno del destino perché faccio un approccio meraviglioso e salvo il quattro. Vado avanti e mi ritrovo alla buca undici con un buon vantaggio sul secondo; non c’era il leaderboard di oggi, ma gli amici mi dicevano che i punti di vantaggio erano saliti a otto. Naturalmente, per chi conosce l’Acquasanta c’era da passare la buca undici, un insidioso par 3 in discesa con l’acqua davanti, bunker dietro e vento fortissimo. Ferro sei in mano e inizio a pensare: fai qualsiasi cosa, ma non restare corto, perché se vai in acqua rimettiamo tutto in gioco. Vado appena lungo e faccio cinque, ma poi il finale è un’apoteosi. Al termine mi aspetta anche la sala stampa, dove non c’ero mai stato. Finisce con la premiazione, lo champagne e i complimenti da parte di tutti. Mi ricordo che Brian Barnes, un inglese mastodontico, grande giocatore, seduto al bar con la solita pinta di birra in mano, forse la quarta o la quinta, mi venne incontro e mi abbracciò; mi alzò di peso e mi fece i complimenti. Questo è stato il mio viaggio all’Open d’Italia del 1980, un’esperienza meravigliosa che auguro di vivere a tanti italiani”.

Massimo Mannelli

La lucidità e i ricordi di Mannelli hanno dell’incredibile. Sono passati 46 anni, ma sembra ieri.

Mi fa molto piacere che quest’anno l’Open d’Italia sia ritornato a Torino dove io vidi giocare una delle edizioni più belle e forse meglio organizzata. Il nostro Open è stato vinto da giocatori importanti come Baldovino Dassù e Chicco Molinari, addirittura due volte; ho vinto anch’io e ovviamente spero che quest’anno un italiano riesca nuovamente ad imporsi perché aiuterebbe tutto il nostro movimento”.

Quale messaggio vuole lanciare ai giocatori italiani?

“Ragazzi, vi ho raccontato la mia storia, vi ho parlato del mio sogno che si è realizzato e adesso tocca a voi scrivere un’altra pagina importante per il nostro golf”.

 

 

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